Quanto è difficile stare nel conflitto! Quanto è difficile pensare che possa avere qualcosa di positivo! Quanto è difficile parlare di conflitto senza parlare di colpe, responsabilità, senza puntare il dito o dare soluzioni!
Qualche settimana fa, con l’amica e collega Dott.ssa Donatella Lanzafame, abbiamo portato il tema del conflitto ad una serata all’interno della rassegna “Fare rete per educare” del Comune di Noventa Padovana.
Litigare è qualcosa che spesso, se possiamo, cerchiamo di evitare; di solito porta con sé sensazioni spiacevoli e viviamo il conflitto come dolore, sofferenza, prepotenza. Ma siamo sicuri che il conflitto sia proprio questo? Spesso la parola “conflitto” fa da contenitore a tutta una serie di altre parole, che a volte non c’entrano davvero molto con il conflitto: guerra, violenza, aggressività, bullismo… La stessa lingua italiana non ci aiuta a fare chiarezza e a pensare che il conflitto possa essere anche altro: due dei maggiori dizionari italiani (Zingarelli e Devoto Oli) definiscono il conflitto in modo molto simile a come definiscono la parola guerra, cioè una contesa rimessa alla sorte delle armi, uno scontro di armati. Solo come seconda definizione si parla di contrasto aspro e prolungato di idee e opinioni. Questo però non succede in altre lingue, come inglese e tedesco, dove c’è una netta differenza tra guerra e confitto.
Perché allora da noi sembrano sinonimi?
Questa confusione deriva proprio dalla nostra cultura, infatti la lingua è specchio delle idee culturali di riferimento; nel contesto italiano, a differenza di quello anglosassone, sembra dominare ancora il mito dell’armonia, dell’unità familiare: come se in una famiglia, in una relazione, se non c’è armonia totalizzante c’è guerra e scontro, senza possibilità intermedie, o bianco o nero senza sfumature. Insomma, sembra che per noi sia impossibile pensare che proprio per mantenere una buona relazione, siano importanti anche i momenti di contrasto e conflitto. Invece è proprio così! Le buone relazioni sono quelle che permettono momenti di scontro, sono quelle dove si può arrivare al conflitto se si hanno opinioni diverse, senza che questo implichi la rottura del legame con l’altra persona, quelle relazioni in cui invece non si litiga mai sono quelle in cui la calma piatta nasconde il timore di perdere l’altro, in cui non è consentito alcun disturbo reciproco, quindi ci si adegua senza poter esprimere il proprio punto di vista.
Ricordi negativi dei conflitti sperimentati in tenera età, quando se si litigava si veniva rimproverati e l’adulto andava in cerca del colpevole per metterlo in punizione o fargli il “discorsetto”, vissuti negativi rispetto alle emozioni sperimentate durante i conflitti vissuti in prima persona o di cui siamo stati testimoni, ci portano all’interno di un circolo vizioso che condiziona il nostro modo di vedere i conflitti: se temo i conflitti, non li imparo a gestire, quindi non sviluppo delle competenze per farlo e quando mi trovo a viverli mi trovo in difficoltà, per cui decido che è meglio evitarli.
Ma il conflitto può essere davvero una grande opportunità! Ecco perché:
- Il conflitto permette la differenziazione e l’individuazione dall’altro: l’esempio più classico sono gli adolescenti, ma vale a tutte le età, nelle relazioni tra genitori e figli, nelle coppie, nelle amicizie. Nel conflitto si ha l’occasione di stabilire la separazione dall’altro e di definire una distanza reciproca. Nel conflitto si può dire “io sono io, sono altro da te, posso avere desideri e idee diverse dalle tue e decidere da solo … ma questo non significa che non posso stare con te”. Quando invece il conflitto non si esplicita, il rischio è di rimanere bloccati in situazioni di disagio e sofferenza.
- Il conflitto è poi uno strumento di autoregolazione, sia in gruppo che nelle relazioni a due. Dal conflitto si può imparare come gestire la situazione e regolare autonomamente il proprio comportamento all’interno della relazione, cosa che permette di interagire senza aver sempre bisogno di una figura esterna che dica come comportarsi. Una bellissima metafora rispetto questo vantaggio del conflitto è la differenza tra semafori e rotonde. I semafori ci danno una regola rigida: verde-puoi passare, roso-devi fermarti, stabilita dall’esterno. Le rotonde invece ci danno una regola, ma non ci dicono esattamente come comportarci, tanto che possiamo anche girarci attorno più volte. La logica del semaforo è semplice e lineare, ma ci impedisce di esercitare le nostre capacità di discernimento e di regolarci in base a quello che succede attorno a noi, di usare le competenze creative, come ci permettono la logica delle rotonde, e la possibilità di gestire, anziché risolvere, i conflitti.
- Il conflitto permette di conoscersi meglio. Nelle discussioni si scoprono limiti e potenzialità personali, ma anche dell’altro. Nel conflitto impariamo a conoscere i valori dell’altro, le sue reazioni emotive, le cose che contano per lui. Pensate alla prima litigata di coppia, dove si comprende meglio quello che per l’altro è importante, il suo modo di vedere le cose, i suoi valori e il suo mondo emotivo.
Quindi, come possiamo fare per trarre il meglio dai conflitti che inevitabilmente ci troviamo a vivere?
Per prima cosa può aiutarci pensare che cercare le colpe non serve a niente. Inutile puntare il dito e dire che l’altro ha cominciato, perché ogni storia dipende dalla voce di chi la scrive e osservando le cose esclusivamente dal proprio punto di vista, si cercherà sempre di risolvere il conflitto in modo che uno ne esca vincente e l’altro perdente.
Proviamo a pensare che spesso non ci si sta scontrando per il contenuto, l’argomento del conflitto, che può essere anche una cosa banale (chi porta fuori l’immondizia, chi decide il programma della serata…), ma per quello che vale nella relazione che c’è alla base, dove per ognuno “vincere” o “perdere” quel conflitto ha un significato, un valore rispetto all’immagine di sé e della relazione in gioco. “Se accetto quello che propone lui vuol dire che sono sempre io a dovermi adattare”, “Se facciamo come dico io, sento che mi viene riconosciuta la mia posizione e che sono quella forte nella coppia”. Ricordiamoci che nelle contrapposizioni, soprattutto in famiglia, non c’è in gioco la ragione, ma la relazione. Si mettono in gioco i miti familiari, come la rinuncia, il sacrificio, il riscatto, il valore di sé, i propri bisogni e desideri. Proviamo a prenderci del tempo per riflettere su queste cose e cercare di capire meglio la situazione e il punto di vista dell’altro.
Ogni conflitto è diverso perché ogni storia tra due o più persone crea degli intrecci diversi e solo soffermandosi a pensare a questi intrecci, possiamo cambiare la nostra posizione. Ecco perché dai conflitti si può, ancor prima che uscire, imparare, come da un allenamento costante, dove le prime volte si faranno degli errori, ma con il tempo si diventa più capaci. Imparare significa rompere gli automatismi e negoziare la propria posizione ricalibrando i propri interessi.
Gestire il conflitto, quindi, vuol dire uscire dalla logica torto/ragione, vincente/perdente e imparare a negoziare, a metterci in movimento. A stare nel conflitto, e anche se nel momento più acceso è difficile fare questi passaggi, a posteriori, a mente fredda, si può rivedere la situazione e discuterne insieme.
La tentazione di andare alla ricerca di formule magiche per smettere di litigare o per farlo meglio è forte, per questo ci troviamo spesso a ripetere che non esistono soluzioni uguali per tutti, perché ogni storia è differente, mette in gioco vissuti, miti, valori propri, e per rispetto di quella storia non si possono dare delle soluzioni preconfezionate. Quello che si può fare è riflettere sulla propria situazione, magari partendo da questi stimoli, per iniziare a pensarsi all’interno delle proprie relazioni e riflettere su quello che c’è in gioco.
Se senti che invece hai bisogno di un aiuto per guardare più in profondità la tua storia, potrebbe esserti utile prenderti uno spazio con un professionista, che possa aiutarti a cercare quelle risposte.
Dott.ssa Eleonora Benetazzo – Psicologa Psicoterapeuta
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