Ci sono dolori che non abbiamo vissuto in prima persona, eppure sembrano appartenerci. Paure che non riusciamo a spiegarci, responsabilità che ci portiamo addosso senza sapere bene da dove arrivino, silenzi familiari che pesano più delle parole.
A volte, chi arriva in terapia porta con sé molto più della propria storia personale: porta anche tracce di esperienze, dinamiche e modalità relazionali che appartengono alla storia della propria famiglia.
È da qui che nasce il concetto di trauma intergenerazionale: il modo in cui le conseguenze di esperienze traumatiche o profondamente destabilizzanti possono influenzare anche le generazioni successive, attraverso le relazioni, i comportamenti, il modo di gestire le emozioni e la rappresentazione che una famiglia costruisce di sé.
Non significa ereditare automaticamente un trauma. Significa riconoscere che una storia familiare può lasciare delle tracce anche oltre la generazione che l’ha vissuta direttamente, fino a quando qualcuno, consapevolmente o meno, decide di fermarsi e prendersene cura.
Con trauma intergenerazionale si fa riferimento al modo in cui le conseguenze psicologiche e relazionali di esperienze traumatiche possono influenzare anche le generazioni successive, pur in assenza di un’esperienza traumatica vissuta direttamente dalla persona.
È diverso dal trauma diretto, che nasce da un’esperienza vissuta personalmente. Nel trauma intergenerazionale, invece, una persona può crescere all’interno di una famiglia che porta ancora le conseguenze di eventi dolorosi o traumatici avvenuti nelle generazioni precedenti.
Una guerra, una violenza, una perdita significativa, una storia di abbandono o altre esperienze profondamente destabilizzanti possono, per esempio, modificare il modo in cui una famiglia vive la sicurezza, la fiducia, la vicinanza emotiva, il conflitto o la vulnerabilità. Questi cambiamenti possono riflettersi nelle modalità educative, nelle relazioni tra i membri della famiglia, nel modo in cui vengono espresse o gestite le emozioni e nei significati attribuiti a determinati eventi.
La trasmissione, quindi, non riguarda necessariamente l’evento traumatico in sé. Ciò che può arrivare alle generazioni successive sono le conseguenze che quell’esperienza ha lasciato nel funzionamento della famiglia: paure, modalità di relazione, strategie di adattamento, convinzioni, silenzi, ruoli e modalità di gestione delle emozioni.
È importante, però, evitare una lettura deterministica. Il trauma intergenerazionale non si trasmette automaticamente e non rappresenta una condanna. Non tutti i figli di una persona che ha vissuto un trauma svilupperanno le stesse difficoltà, così come non ogni dinamica familiare complessa può essere ricondotta a un trauma intergenerazionale.
La storia familiare può influenzare il modo in cui una persona cresce e costruisce le proprie relazioni, ma non ne determina necessariamente il percorso. Ed è proprio questo margine di possibilità che rende importante il lavoro psicologico: comprendere ciò che è stato appreso, riconoscere ciò che continua a influenzare il presente e poter scegliere, quando necessario, modalità differenti.
Come si trasmettono le conseguenze del trauma all’interno della famiglia
Le conseguenze di un’esperienza traumatica possono influenzare le generazioni successive attraverso diversi canali. Non è necessario che l’evento venga raccontato esplicitamente: ciò che è accaduto può continuare a riflettersi nel modo in cui una famiglia comunica, gestisce le emozioni, costruisce le relazioni e affronta ciò che viene percepito come minaccioso.
Alcuni di questi meccanismi possono essere:
- ciò che viene raccontato e il significato che viene attribuito agli eventi;
- ciò che viene taciuto, evitato o considerato troppo doloroso per essere affrontato;
- le modalità con cui i familiari si relazionano tra loro;
- le paure e le convinzioni che influenzano il modo di guardare al mondo;
- il modo in cui le emozioni vengono espresse, contenute o, al contrario, difficilmente tollerate;
- le aspettative e i ruoli che vengono attribuiti, più o meno esplicitamente, ai diversi membri della famiglia.
La trasmissione, quindi, non avviene necessariamente attraverso un insegnamento diretto. Un bambino può imparare osservando, adattandosi e cercando di comprendere ciò che accade intorno a lui.
Non viene trasmesso l’evento traumatico in sé. Possono essere trasmesse, piuttosto, alcune delle modalità che la famiglia ha sviluppato per affrontare le conseguenze di quell’evento: il bisogno di controllo, la difficoltà a fidarsi, la tendenza a evitare determinati argomenti, la paura della perdita o una particolare difficoltà a esprimere la vulnerabilità.
Il peso dei silenzi e dei non detti
Non tutto ciò che influenza una famiglia viene necessariamente raccontato.
Un lutto non elaborato, un’esperienza di violenza, una separazione particolarmente dolorosa o un altro evento traumatico possono rimanere fuori dal racconto familiare e continuare, allo stesso tempo, ad avere un’influenza sulla vita relazionale.
Un bambino può percepire che esistono argomenti che generano tensione, emozioni che sembrano non poter essere espresse o domande a cui nessuno vuole o riesce a rispondere. Non comprende necessariamente ciò che è accaduto, ma può imparare che alcuni vissuti devono rimanere fuori dalla relazione.
Può così sviluppare, anche senza rendersene conto, una particolare attenzione agli stati emotivi degli altri, una tendenza a non fare domande, a evitare determinati argomenti o a trattenere ciò che prova per non creare ulteriore sofferenza.
Il silenzio, in questo senso, non è necessariamente un problema in sé. Può diventarlo quando impedisce alla famiglia di elaborare ciò che è accaduto e lascia le generazioni successive a confrontarsi con emozioni o dinamiche di cui non conoscono l’origine.
I modelli relazionali che si ripetono
Le conseguenze di una storia familiare possono emergere anche attraverso i modelli relazionali che vengono osservati e appresi durante la crescita.
Il modo in cui si affronta un conflitto, si esprime l’affetto, si chiede aiuto, si manifesta la rabbia o ci si prende cura degli altri viene sperimentato fin dai primi anni di vita e contribuisce a costruire il modo in cui una persona impara a stare in relazione.
Questi modelli non sono necessariamente negativi. Diventano problematici quando sono molto rigidi, quando rappresentano l’unica modalità relazionale conosciuta o quando continuano a essere utilizzati anche in situazioni in cui non sono più funzionali.
Una persona che è cresciuta in un ambiente in cui la vulnerabilità veniva vissuta come pericolosa, per esempio, può imparare a fare affidamento soprattutto sull’autosufficienza. Chi ha sperimentato relazioni caratterizzate da imprevedibilità può sviluppare un forte bisogno di controllo. Chi è cresciuto in un contesto in cui i conflitti venivano evitati può imparare a vivere il disaccordo come qualcosa da scongiurare a ogni costo.
Non si tratta di destini inevitabili, ma di modalità apprese, che possono diventare così familiari da essere percepite come parte della propria personalità.
I ruoli familiari e il senso di responsabilità
Un altro aspetto che può entrare in gioco nella trasmissione delle dinamiche familiari riguarda i ruoli che vengono assunti all’interno della famiglia.
Può accadere che un bambino o un adolescente impari molto presto a essere quello responsabile, quello che non crea problemi, quello che cerca di mantenere la calma, quello che media nei conflitti o quello che si prende cura degli altri.
A volte, chi arriva in terapia è proprio la persona che per anni ha cercato di mantenere un equilibrio familiare, facendosi carico di preoccupazioni, tensioni o bisogni che non avrebbe dovuto necessariamente sostenere da sola.
Non sempre questa persona si percepisce come qualcuno che ha “portato” il peso della propria famiglia. Può semplicemente pensare di essere fatta così: responsabile, disponibile, forte, attenta agli altri. Solo nel tempo può emergere la possibilità che alcune di queste caratteristiche siano state anche modalità attraverso cui, da bambina o da adolescente, ha cercato di adattarsi al contesto familiare in cui è cresciuta.
Quando essere “quello forte” diventa un’identità
Un ruolo assunto precocemente può, con il tempo, smettere di essere soltanto una risposta a una determinata situazione e diventare parte dell’immagine che una persona ha di sé.
“Quello forte” della famiglia, quello a cui tutti si appoggiano, può arrivare a percepire la vulnerabilità come qualcosa che non gli appartiene. Può fare fatica a chiedere aiuto, a mostrare stanchezza o a lasciare che siano gli altri a prendersi cura di lui.
Il costo emotivo di questo ruolo può rimanere a lungo invisibile: una sensazione di dover essere sempre all’altezza, la difficoltà a fermarsi, il bisogno di avere tutto sotto controllo o il senso di colpa quando si mettono al centro i propri bisogni.
Quello che in un determinato momento della vita può essere stato un modo per adattarsi a una situazione familiare complessa, in età adulta può continuare a orientare il modo in cui ci si relaziona agli altri, anche quando non è più necessario.
La parentificazione: quando i confini tra i ruoli si confondono
In psicologia si parla di parentificazione quando un figlio assume responsabilità proprie del ruolo genitoriale, sia sul piano pratico sia, soprattutto, su quello emotivo.
Può accadere, per esempio, che un figlio diventi il principale sostegno emotivo di un genitore, faccia da mediatore nei conflitti tra gli adulti o senta di dover proteggere un genitore dalle proprie difficoltà.
In queste situazioni, il bambino può trovarsi a occupare uno spazio che non corrisponde ai suoi bisogni evolutivi: invece di poter contare prevalentemente sull’adulto, sente di dover essere lui a sostenere, proteggere o rassicurare.
È importante però non generalizzare: essere una persona responsabile o capace di prendersi cura degli altri non significa automaticamente essere stati parentificati.
La parentificazione riguarda situazioni in cui il ruolo assunto dal figlio è sproporzionato rispetto alla sua età e ai suoi bisogni, e in cui i confini tra chi dovrebbe prendersi cura e chi dovrebbe essere accudito diventano poco chiari.
Con il tempo, questo può contribuire a rendere naturale il prendersi cura degli altri prima di sé, a rendere difficile chiedere aiuto o a far percepire i propri bisogni come un peso per gli altri.
Quando la storia familiare influenza le relazioni adulte
Le modalità relazionali apprese durante la crescita possono continuare a influenzare il modo in cui una persona si muove nelle relazioni adulte: nella coppia, nelle amicizie, sul lavoro e anche nel rapporto con se stessa.
Quello che si è imparato all’interno della famiglia può diventare, nel tempo, un modo abituale di interpretare le relazioni e di reagire a ciò che accade. Alcune modalità possono quindi ripresentarsi anche in contesti diversi da quello familiare, spesso senza che la persona ne riconosca immediatamente l’origine.
Possono manifestarsi, per esempio, attraverso:
- la difficoltà a chiedere aiuto, anche quando se ne avrebbe bisogno;
- la paura di deludere le persone a cui si tiene;
- la difficoltà a stabilire e mantenere dei confini;
- un bisogno di controllo che aiuta a ridurre la sensazione di imprevedibilità;
- la tendenza a prendersi cura degli altri prima ancora di chiedersi di cosa si ha bisogno;
- il senso di colpa quando si prova a mettere al centro i propri bisogni;
- la difficoltà a tollerare il conflitto o la possibilità di essere rifiutati.
Queste modalità possono emergere soprattutto nelle situazioni in cui una relazione attiva emozioni già familiari: la paura di perdere l’altro, il timore di deluderlo, la sensazione di dover essere necessari o la difficoltà a sentirsi al sicuro quando non si ha tutto sotto controllo.
Questo non significa che ogni difficoltà relazionale abbia necessariamente un’origine familiare o traumatica. Comprendere la propria storia non serve a trovare un colpevole, ma a riconoscere da dove possono arrivare alcuni dei propri schemi e a osservare come continuano a influenzare il presente.
Quando ciò che abbiamo imparato non ci serve più
Molti dei comportamenti che in età adulta possono diventare fonte di sofferenza sono nati, in origine, come strategie di adattamento.
Una modalità può essersi sviluppata perché, in un determinato momento della vita, aiutava a gestire una situazione difficile, a ridurre la tensione o a mantenere un senso di sicurezza. Imparare a non chiedere aiuto, per esempio, può essere stato un modo per non aggiungere peso a una situazione familiare già complessa. Cercare di controllare ciò che accade intorno a sé può aver aiutato a sentirsi più al sicuro in un ambiente percepito come imprevedibile.
In quel momento, queste modalità potevano avere una funzione. Il problema può emergere quando continuano a essere utilizzate automaticamente anche dopo che il contesto è cambiato.
Una persona può continuare a fare affidamento sull’autosufficienza anche quando avrebbe accanto qualcuno disposto a sostenerla. Può continuare a evitare il conflitto anche quando un confronto sarebbe necessario per costruire una relazione più autentica. Può continuare a sentirsi responsabile del benessere degli altri anche quando non le viene più richiesto.
Ciò che ci ha protetti in un momento della vita non è detto che continui a proteggerci in un altro.
Riconoscere questo passaggio permette di guardare alcuni comportamenti non come difetti personali, ma come risposte che hanno avuto una loro ragione d’essere. E, proprio per questo, permette anche di chiedersi se oggi siano ancora necessarie o se sia possibile sviluppare modalità differenti.
Non si tratta di cancellare ciò che abbiamo imparato, ma di acquisire la possibilità di scegliere quando utilizzarlo e quando, invece, sperimentare qualcosa di nuovo.
Interrompere gli schemi familiari
A un certo punto può accadere che una persona inizi a chiedersi perché alcune dinamiche continuino a ripetersi.
Perché si sente sempre responsabile degli altri?
Perché fa così fatica a dire di no?
Perché nelle relazioni finisce spesso per assumere lo stesso ruolo?
Perché prendersi cura di sé genera così tanto senso di colpa?
A volte è proprio da queste domande che può iniziare un percorso di consapevolezza.
Chi arriva in terapia può trovarsi, forse per la prima volta, a osservare con maggiore attenzione ciò che fino a quel momento era stato vissuto come normale, inevitabile o semplicemente come “il modo in cui funziona la nostra famiglia”.
Riconoscere uno schema non significa necessariamente attribuire una colpa a chi ci ha preceduto. Le persone, a loro volta, sono cresciute all’interno delle proprie storie e hanno sviluppato le modalità che avevano a disposizione per affrontare ciò che vivevano.
Significa piuttosto rendere visibile ciò che prima funzionava in modo automatico. Solo quando una modalità diventa riconoscibile è possibile chiedersi se continuare a ripeterla oppure sperimentare qualcosa di diverso.
Interrompere uno schema non significa necessariamente interrompere una relazione, né rompere i legami con la propria famiglia. Significa poter riconoscere ciò che è stato appreso e scegliere, con maggiore consapevolezza, cosa continuare a portare con sé e cosa invece modificare.
Il cambiamento non richiede di cancellare la propria storia. Significa poterla guardare con maggiore consapevolezza, così che ciò che appartiene al passato non debba necessariamente continuare a determinare il presente.
Il ruolo della psicoterapia
Riconoscere uno schema non significa necessariamente riuscire a modificarlo da soli. Alcune modalità di pensiero, di relazione e di gestione delle emozioni sono così radicate da attivarsi prima ancora che ci sia il tempo di accorgersene.
La psicoterapia può offrire uno spazio in cui fermarsi e osservare questi meccanismi con maggiore distanza, ricostruendo il significato che hanno avuto nella propria storia e comprendendo come continuano a influenzare il presente.
Il lavoro terapeutico può permettere di collegare esperienze che, fino a quel momento, sembravano separate: il modo in cui si è cresciuti, i ruoli assunti all’interno della famiglia, le modalità apprese per sentirsi al sicuro e ciò che oggi accade nelle relazioni.
Questo non significa ricostruire la propria storia alla ricerca di un’unica causa o individuare un responsabile per le difficoltà attuali. Significa acquisire una maggiore comprensione di ciò che si è imparato e distinguere ciò che appartiene ancora al presente da ciò che, invece, continua a ripetersi perché è diventato familiare.
All’interno del percorso terapeutico può diventare quindi possibile riconoscere i propri bisogni, distinguere le responsabilità che ci appartengono da quelle che abbiamo assunto nel tempo e sperimentare modalità diverse di stare nelle relazioni.
La psicoterapia non permette di cambiare ciò che è accaduto alle generazioni precedenti. Può però aiutare a comprendere il modo in cui quella storia continua, eventualmente, a vivere nel presente e a costruire una posizione più consapevole rispetto a ciò che si desidera portare avanti.
In questo senso, prendersi cura della propria storia non significa cancellarla. Significa poter scegliere, con maggiore libertà, che cosa farne.
Conclusione
Non scegliamo la storia familiare da cui proveniamo. Possiamo però, nel corso della nostra vita, scegliere come guardarla e quale rapporto avere con ciò che abbiamo ricevuto.
Riconoscere che alcune delle nostre paure, responsabilità o modalità relazionali possono avere radici nella storia familiare non significa attribuire colpe ai propri familiari. Significa comprendere che anche ciò che sentiamo profondamente nostro può essersi costruito, almeno in parte, all’interno delle relazioni e delle esperienze che abbiamo vissuto.
E prendersi cura di questa storia non significa risolvere ciò che è accaduto prima di noi. Significa piuttosto comprendere ciò che, eventualmente, continua a influenzare il presente e chiedersi se quelle modalità siano ancora necessarie, oppure se sia possibile costruirne di nuove.
A volte, interrompere la ripetizione di uno schema significa proprio questo: diventare consapevoli di ciò che abbiamo ricevuto per poter scegliere, con maggiore libertà, cosa portare con noi e cosa invece lasciare andare.