C’è una domanda che molte donne si trovano, prima o poi, a rivolgere a sé stesse: lo faccio o no?
È una domanda che raramente trova una risposta immediata. Perché non riguarda solo una procedura medica, ma il futuro, il tempo, il desiderio di maternità, il momento della vita in cui ci si trova. E spesso convive con altre domande, meno esplicite ma altrettanto importanti: Sono pronta? Sto aspettando troppo? E se un giorno me ne pentissi?
Il social freezing, o egg freezing, è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico. Viene presentato come una possibilità, una conquista della medicina, un modo per preservare la fertilità. Ma, per chi si trova a valutarlo, è prima di tutto una decisione profondamente personale. Una scelta che può portare con sé speranza e sollievo, ma anche dubbi, timori, aspettative e quella sottile sensazione di dover decidere “al momento giusto”.
In questo percorso, l’informazione medica è fondamentale, ma da sola non sempre basta. Accanto agli aspetti clinici esiste una dimensione emotiva e psicologica che merita altrettanta attenzione: quella fatta di desideri, paure, valori e significati personali.
Questo articolo non ha l’obiettivo di orientare verso una scelta o l’altra, ma di offrire uno spazio di riflessione su tutto ciò che questa decisione può rappresentare. Perché, prima ancora di decidere, è importante sentirsi libere di ascoltare ciò che conta davvero per sé.
Cos’è il social freezing
Il social freezing consiste nel congelamento degli ovociti per motivi non medici, con l’obiettivo di preservare la fertilità e mantenere aperta la possibilità di una gravidanza futura. Si distingue dal congelamento effettuato per ragioni oncologiche o prima di trattamenti che potrebbero compromettere la fertilità: in questo caso la scelta nasce da esigenze personali, professionali o relazionali.
Dal punto di vista tecnico, la procedura prevede una stimolazione ovarica ormonale, il prelievo degli ovociti e la loro crioconservazione. In Italia è consentita dalla Legge 40/2004 e può essere effettuata in centri di medicina della riproduzione pubblici e privati. L’età è un fattore determinante: la qualità e la quantità degli ovociti diminuiscono con il tempo, e la maggior parte dei medici suggerisce di valutare la procedura entro i 35-37 anni per avere maggiori probabilità di successo.
Il social freezing non è una garanzia di gravidanza futura. È un’opportunità in più, non una certezza. Questa distinzione è importante non solo sul piano medico, ma anche su quello psicologico: tornare su questo punto è uno degli aspetti centrali del lavoro che si può fare in uno spazio terapeutico, perché la speranza riposta nella procedura porta spesso con sé aspettative che meritano di essere esplorate con onestà.
Perché sempre più donne ricorrono al social freezing
Per capire perché il social freezing sia diventato una scelta sempre più frequente, bisogna guardare al contesto in cui le donne prendono questa decisione. E quel contesto è più complesso di quanto il dibattito pubblico tenda a rappresentare.
Una maternità che si è spostata nel tempo
L’età media al primo figlio in Italia supera ormai i 31 anni, e nelle grandi città è ancora più alta. Questo spostamento non è il frutto di una scelta superficiale o di un rifiuto della maternità: è il risultato di una combinazione di fattori strutturali che rendono molto difficile, per molte donne, costruire le condizioni per diventare madri prima di una certa età.
Percorsi formativi lunghi, mercato del lavoro che penalizza la maternità, instabilità economica, assenza di un partner con cui condividere il progetto: non sono semplici ostacoli da superare con la forza di volontà. Sono condizioni concrete con cui molte donne si confrontano ogni giorno.
Il social freezing si inserisce in questo contesto come un tentativo di guadagnare tempo, di ridurre la pressione dell’orologio biologico almeno sul piano concreto, anche quando quella pressione non scompare del tutto sul piano emotivo.
La pressione dell’orologio biologico e quella sociale
Accanto alla pressione biologica, c’è una pressione sociale che opera in modo più sottile ma non meno pesante. Le domande sulla maternità non sono mai solo domande. “Allora, quando arriva un bambino?”, “Ci state pensando?”, “Non è ancora il momento?” sono frasi che molte donne si sentono rivolgere, spesso con leggerezza, altre volte con insistenza. Portano con sé aspettative, implicite o esplicite, che cambiano a seconda di chi le pronuncia e del contesto in cui si vive. Ma la pressione, molto spesso, si percepisce comunque.
Per molte donne che considerano il social freezing, queste due pressioni si sovrappongono e si amplificano. Da un lato il corpo che invecchia, dall’altro un contesto che giudica sia chi rimanda sia chi ricorre alla tecnologia per farlo. In mezzo a tutte queste voci, la più difficile da ascoltare rischia di essere proprio la propria.
Le emozioni che nessuno racconta: senso di colpa, ambivalenza e paura
Se c’è un aspetto del social freezing che viene quasi sempre trascurato nel dibattito pubblico, è quello emotivo. Si parla molto della procedura, delle percentuali di successo, dei costi. Si parla poco di quello che succede dentro, mentre si prende questa decisione.
Il senso di colpa
Uno dei vissuti più comuni che emerge in chi sta valutando il social freezing è il senso di colpa. Che si manifesta in direzioni diverse e a volte contraddittorie.
C’è il senso di colpa verso se stesse: “avrei dovuto pensarci prima”, “ho perso tempo”, “se fossi stata più attenta alle mie priorità non mi troverei in questa situazione”. È un senso di colpa che si nutre di rimpianto e che spesso non è giustificato dai fatti, ma che pesa lo stesso.
C’è il senso di colpa verso le aspettative altrui: la famiglia che aspetta, la società che giudica chi “posticipa” la maternità, il timore di essere vista come qualcuno che mette la carriera davanti alla famiglia. Questo senso di colpa è particolarmente difficile da gestire perché si nutre di sguardi reali e immaginari, di commenti ricevuti e di quelli temuti.
E c’è, a volte, un senso di colpa più sottile e difficile da nominare: quello di stare usando la tecnologia per aggirare qualcosa che “dovrebbe” succedere in modo naturale. Come se ricorrere al social freezing significasse ammettere che qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto.
L’ambivalenza della scelta: tenere aperta una porta senza sapere se la si attraverserà
Una delle dimensioni psicologicamente più complesse del social freezing è quella dell’ambivalenza. Congelare gli ovociti non equivale a decidere di avere figli: equivale a tenere aperta una possibilità. Ma tenere aperta una possibilità su qualcosa di così centrale come la maternità può essere, per alcune donne, altrettanto pesante che prendere una decisione definitiva.
Chi congela gli ovociti non sa ancora se li userà. Non sa se vorrà diventare madre, se troverà un partner, se le condizioni della sua vita cambieranno nel modo che immagina. Sta prendendo una decisione nel presente per un futuro che non riesce ancora a definire. E questa sospensione, questa condizione di «aperto ma non deciso», può generare una tensione emotiva che non scompare con la procedura.
Nel lavoro psicologico questo è uno dei nodi più frequenti: la donna che ha congelato gli ovociti e si aspettava di sentirsi sollevata, e invece continua a portare la stessa domanda di prima. Perché la procedura medica non risolve la questione psicologica. Al massimo la sposta nel tempo.
La consapevolezza che non esistono certezze
Accanto all’ambivalenza, c’è spesso la paura dell’insuccesso. Il social freezing non garantisce una gravidanza: le percentuali di successo dipendono dall’età al momento del congelamento, dalla qualità degli ovociti, dalla risposta alla stimolazione ormonale. Molte donne che scelgono questa strada lo sanno razionalmente, ma questo non impedisce che si costruisca una speranza intorno alla procedura che va oltre i dati.
Gestire il divario tra la speranza e la realtà delle probabilità è qualcosa che raramente viene affrontato nei colloqui medici, comprensibilmente concentrati sugli aspetti tecnici. È invece uno degli ambiti in cui il supporto psicologico può fare una differenza concreta.
Una scelta che merita uno spazio psicologico
Il social freezing è una decisione che tocca alcune delle domande più profonde della vita adulta: cosa voglio? Cosa sono disposta a fare per ottenerlo? Quale futuro sto cercando di costruire? Queste non sono domande a cui si risponde facilmente, e non sempre si ha intorno a sé uno spazio in cui farle senza sentirsi giudicate o spinte verso una risposta.
Prima della procedura: fare chiarezza su cosa si vuole davvero
Uno degli aspetti su cui il supporto psicologico può essere più utile è quello che precede la decisione: aiutare a distinguere la propria voce da quella delle aspettative altrui. Cosa sto scegliendo perché lo voglio davvero? Cosa sto scegliendo perché mi sento in colpa, o perché mi sento sotto pressione, o perché non riesco a tollerare l’incertezza?
L’obiettivo non è suggerire quale sia la decisione “giusta”, ma accompagnare la persona a riconoscere ciò che sente davvero importante per sé. Perché una decisione autentica nasce dall’ascolto dei propri desideri e dei propri valori, non dal peso delle aspettative esterne.
Durante la procedura: l’impatto emotivo della stimolazione ormonale
La procedura di social freezing ha un impatto fisico ed emotivo che viene spesso sottovalutato. La stimolazione ovarica ormonale può provocare sbalzi d’umore, irritabilità, stanchezza, sensazioni corporee nuove e a volte difficili da gestire. In un momento già emotivamente carico, questi cambiamenti fisici possono amplificare l’ansia e la sensazione di perdita di controllo.
Avere uno spazio in cui portare quello che si sente durante questa fase, senza doverlo spiegare o giustificare, può fare una differenza concreta nel modo in cui si attraversa l’esperienza.
Dopo la procedura: imparare a stare nell’incertezza
Molte donne si aspettano di sentirsi meglio dopo aver congelato gli ovociti. E spesso c’è un sollievo reale. Ma spesso, accanto al sollievo, rimangono le stesse domande di prima: cosa voglio? quando lo farò? lo farò davvero?
La procedura medica non risponde a queste domande. E per alcune donne la fase successiva al social freezing è emotivamente più difficile di quella che l’ha preceduta, perché la decisione è presa ma la vita rimane aperta, e con essa tutta l’incertezza.
Lavorare psicologicamente su questo «dopo» significa imparare a stare in quella sospensione senza che diventi un peso costante. Significa costruire un rapporto con l’incertezza che sia meno ansiogeno, più flessibile, più rispettoso dei propri tempi reali.
La scelta più importante è quella che senti tua
Il social freezing non è una scelta giusta o sbagliata in assoluto. È una scelta personale, che dipende dalla storia di ciascuna, dai propri desideri, dalle proprie condizioni di vita, dal momento che si sta attraversando.
Quello che conta non è aderire a un modello di maternità o confrontarsi con il percorso delle altre. È ascoltare quello che si vuole davvero, con tutta la complessità che questo comporta. Perché il desiderio di maternità, quando c’è, non è semplice. E il desiderio di non averla, o di rimandarla, non lo è altrettanto.
Se stai portando questa domanda e senti che potrebbe aiutarti avere uno spazio in cui esplorarla senza fretta e senza giudizio, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo, nel mio studio a Padova o online.