Mediamente passiamo più di 6 ore al giorno on-line, di cui 2 interagendo sui social network.
La possibilità di esporre con facilità sul web e sui social le proprie opinioni personali e commentare i contenuti altrui, oltre ad avere il vantaggio dare a tutti la possibilità di esprimere la propria idea su qualsiasi cosa, o di permettere delle scelte basandosi su recensioni altrui, presenta un lato negativo molto importante. Protetti dall’anonimato e dalla distanza fisica della rete, alcune persone usano questa possibilità per criticare gli altri, offendere, scrivere commenti negativi, che possono ferire chi li riceve. Il web, dunque, può diventare terreno fertile in cui si semina odio e prepotenza.
Nella rete ci si imbatte spessissimo nell’Hate Speech, cioè in un linguaggio provocatorio, falso, violento, fatto di messaggi offensivi, di discriminazione e odio verso un argomento o una categoria di persone, che dà vita spesso ad infiniti flame ossia “risse virtuali”.
Non ci sono argomenti “sicuri”: ogni tema può essere oggetto di commenti d’odio, anche se quelli che sembrano stimolarlo maggiormente sono gli articoli o i post che toccano l’emotività e i casi di violenza. I commenti dell’hate speech spesso sono diretti nei confronti di migranti, stranieri, donne e omosessuali, e i soggetti che esternano il loro odio on-line possono essere chiunque, uomo o donna, provenienti da qualsiasi Regione d’Italia, accomunati da sentimenti di rassegnazione, rabbia e aggressività.
Sarebbe facile dare la colpa di questi comportamenti ad Internet, che fa spesso da capro espiatorio alle nostre debolezze, ma l’ambiente on-line non fa altro che replicare dinamiche e rapporti di forza reali, che viviamo nella vita off-line.
Allora quali aspetti del web possono amplificare un fenomeno già presente nella vita off-line?
Per prima cosa, nel cyberspazio manca un feedback emotivo: non è possibile guardare negli occhi il proprio interlocutore e osservarne le espressioni del volto e i movimenti corporei per vedere la sua reazione e capire come sta. Nelle relazioni aggressive agite tramite internet, infatti, la mediazione tecnologica può operare un forte distanziamento tra aggressore e vittima, e quando le conseguenze delle proprie azioni aggressive sono lontane e non immediatamente visibili, è più facile allentare o disattivare i controlli interni e i sensi di colpa.
Inoltre, l’incapacità di riconoscere le emozioni dell’altro, impedisce di comprendere anche le proprie, e questo porta a non essere mai totalmente consapevoli del danno che si arreca, amplificando l’aggressività e portando ad un automatismo degli atti aggressivi anche di estrema violenza.
Cosa fare?
- E’ importante educare giovani e meno giovani ad un utilizzo consapevole della rete, ad una cultura e ad una cittadinanza on-line responsabile. Un tentativo interessante in questa direzione è stato fatto dalla proposta di Parole O_Stili (www.paroleostili.com) , un progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole, che ha elaborato un “Manifesto della comunicazione non ostile”, composto da 10 principi che si appellano ai dettami del buon senso e dell’educazione che, su Internet, talvolta sembrano mancare, forse proprio a causa della carenza dell’educazione digitale. Caratteristica di questo decalogo è la chiarezza dei principi, che possono essere discussi insieme ai propri figli o alunni e che attivano facilmente una riflessione non banale sulla comunicazione social.

- Tutti noi possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo per contrastare il fenomeno. Per prima cosa, possiamo intervenire direttamente per cercare di dissuadere l’aggressore, senza sottovalutarne il potenziale dannoso. Il rischio che corriamo leggendo continuamente insulti e commenti provocatori è infatti quello di abituarci ad essi e di accettarli, diventando più tolleranti o più propensi a attaccare a nostra volta.
- Gli attivisti del No Hate Speech Movement consigliano anche di evitare di porsi sullo stesso piano e con lo stesso tono dell’interlocutore aggressivo, per evitare di dare il via ad una spirale di violenza verbale.Sarebbe ideale rispondere in modo educato e ironico, sottolineando il fatto che il commento è inopportuno o la falsità dei dati riportati, invitando a leggere articoli che spieghino perché l’opinione d’odio si basa su elementi falsi.
Se hai bisogno di altre informazioni, hai dubbi o curiosità sul tema, scrivimi: benetazzo.e@gmail.com o eleonora benetazzo psicologa