La perdita ai tempi del Coronavirus

All’inizio di questo periodo così complicato in cui siamo stati catapultati in un weekend  di fine febbraio, quando credevamo che il virus fosse lontano da noi, quando avevamo negli occhi le immagini di Wuhan blindata e increduli ci chiedevamo come fosse possibile fermare tutto, quando ancora qui si dava un nome alle poche vittime e contagiati e si cercava il paziente 0, mai avremmo pensato a quello che sarebbe successo nei mesi a venire, alle perdite che avremmo dovuto affrontare.

Parlo di tanti tipi di perdita, iniziando dalla perdita di tutte le certezze che ci eravamo costruiti, della perdita dell’idea di progresso come miglioramento del nostro stato di salute. Avevamo l’immagine di uomo invincibile, che muore in età sempre più avanzata, che grazie al progresso della medicina e della scienza può sconfiggere le malattie. Quando studiavamo le epidemie nella storia, tutti ci siamo sentiti al sicuro nel nostro tempo, fiduciosi che ne saremmo stati immuni e  che avremo saputo fermarle subito con una cura o un vaccino. E invece no, e questo ci costringe a fare i conti con l’immagine che avevamo di noi, con l’idea di vulnerabilità della nostra natura umana.

E dobbiamo fare i conti anche con la perdita di prospettive verso il futuro, di progetti che ci eravamo costruiti e che devono essere rimaneggiati alla luce delle novità a cui inevitabilmente andremo incontro. E’ normale sentirsi confusi a questo riguardo, ci vuole del tempo per riorganizzarsi, per far luce sul futuro. Tempo, ascolto interiore e condivisione. Abbiamo perso rituali che davamo per scontati, come la condivisione di una nascita, di un compleanno, di un matrimonio, ma anche di un funerale. Qualcuno ha perso il lavoro o l’idea di un lavoro sicuro.

Ma parlo anche delle perdite di vite umane, silenziose, sorde, immense. I dati Istat indicano una mortalità nel mese di marzo aumentata del 49,4% in Italia, anche se le differenze tra le regioni più colpite e le altre sono abissali. Tutti abbiamo ancora negli occhi le immagini dei camion militari che portavano via da Bergamo le salme dei defunti, tanti, troppi per poterli gestire in una sola città. Ci siamo trovati impreparati a questo tipo di morte e questo ha reso difficile riuscire ad affrontare il lutto per chi si è trovato a subirlo.

L’elaborazione del lutto è la possibilità di elaborare una sofferenza per la perdita di qualcuno con cui si era costruito un legame significativo, per poi arrivare ad un nuovo equilibrio che ci definisca meglio e sia in continuità con la propria storia. Il lutto ha bisogno di ritualità: dei necrologi, del funerale, della possibilità di vedere e toccare la salma per l’ultima volta. Quando questo non avviene, il lutto, da fisiologico potrebbe diventare complicato.

Nel lutto conseguente a coronavirus spesso è difficile questa elaborazione, per le caratteristiche stesse della perdita. La maggior parte delle persone sono morte in ospedale, dopo giorni di isolamento e i parenti sono stati avvisati con una telefonata, senza possibilità di vedere la salma, ricevendo poi un’urna. Questo in alcuni casi ha portato a fermarsi alla negazione, la prima delle fasi di elaborazione del lutto. Abbiamo sentito storie come questa: “non sono sicura fosse davvero mio marito quello che è morto, si sa, in ospedale c’è tanta confusione, magari si sono sbagliati, io alla fine non l’ho mica visto. Quando finisce tutto vado a cercarlo”.

A complicare ancor più questi lutti c’è il fatto che non hanno lasciato il tempo per salutarsi, o per riparare le cose quando i rapporti erano tesi. Molte persone hanno negli occhi l’immagine del proprio caro che esce di casa per essere portato in ospedale e questa a volte è rimasta l’ultima immagine di quella persona. In questi casi molti hanno anche vissuto il terrore di essersi contagiati, o di aver contagiato il proprio caro. E’ importante poter parlare di questo momento, poterlo rivivere, poter fare una narrazione di quanto è accaduto, per riuscire a creare un filo tra il prima e il dopo e provare a dare un significato a questo evento.

Manca poi il rituale, che si accompagna al lutto e che è fondamentale. Il funerale, anche in forma laica, con la vicinanza delle persone care, la possibilità di condivisione sociale, per molto tempo vietata, ora possibile ma con poche persone. Organizzare il funerale,  recarsi in cimitero, vedere la partecipazione delle persone, essere consolati, abbracciati, sentire racconti sulla persona scomparsa, aiuta a realizzare che purtroppo è tutto vero, ad esternare la tristezza, i propri sentimenti. Un rituale però non è solo quello funerario, è un’azione che non si ferma al pensiero, ma passa attraverso un oggetto. In questo momento è fondamentale creare un rituale, che potrebbe comportare ad esempio scrivere una lettera di saluto alla persona scomparsa, leggerla e poi bruciarla o seppellirla, oppure la creazione di un album di fotografie della persona cara, così come l’idea di prendere una pianta e prendersene cura per la persona che non c’è più, lasciarle un messaggio legato ad un palloncino da far volare via.

Inoltre, nelle altre tragedie collettive, come i terremoti o gli attentati terroristici, c’è la possibilità qui preclusa per la natura stessa dell’emergenza,  di un rituale sociale, come quello di avere delle cerimonie collettive, alla presenza delle istituzioni e del Paese intero,  che sono importantissime per chi resta. Tutto questo viene a mancare oggi e verrà a mancare ancora per mesi, proprio per l’impossibilità di socializzare il dolore in modo collettivo, in presenza. E’ importante allora poterlo fare in famiglia, con i propri cari vicini o da lontano.

Può succedere che una famiglia di fronte ad un lutto si chiuda e che questo argomento venga considerato un tabù, nell’idea che condividere la sofferenza di ognuno porti a sommarla, rendendola troppo grande da sostenere. Invece, condividere la sofferenza porta a dividere il dolore tra le persone coinvolte, a costruire dei ricordi condivisi, a poter parlare delle proprie emozioni e a sentire che non si è soli, ed è molto importante, porta ad attraversare la sofferenza e a superarla, sviluppando il sentimento di nostalgia per quella persona.

Se hai subito un lutto in questo periodo, datti del tempo. L’elaborazione di un lutto è un processo, le caratteristiche di questo tipo particolare di perdita possono renderlo più difficile, ma ricorda che si tratta sempre di un processo, che non avviene dall’oggi al domani.

Cosa può aiutarti in questo momento:

  • creare dei rituali legati alla tua perdita: puoi prendere spunto da quelli suggeriti o crearne uno ad hoc pensando alla persona che hai perso, a quello che vi piaceva fare insieme;
  • parlare con i tuoi cari di come ti senti, ricordare degli episodi con la persona che avete perso, delle sue caratteristiche, non farla diventare un tabù;
  • scrivere, fare una narrazione di quanto è avvenuto e dei ricordi con la persona cara che è venuta a mancare, magari partendo da delle foto insieme.

Ricorda che se ti senti in difficoltà puoi richiedere un supporto psicologico ad un professionista che ti accompagni in questo processo.


Dott.ssa Eleonora Benetazzo – psicologa psicoterapeuta

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