Bullismo: cos’è e chi sono i protagonisti

Il tema del bullismo mi sta particolarmente a cuore, perché da sempre nutro un certa insofferenza verso ogni forma di attacco gratuito. Essendo un tema molto complesso, per cui riassumere le sue caratteristiche, conseguenze, indicatori, modi per prevenirlo in un unico articolo  rischia di portare a non poterne parlare al meglio, ne scriverò a più riprese.

Non passa giorno che non si senta parlare al telegiornale, nei quotidiani, nei giornali locali di una storia di bullismo. E’ necessario, innanzitutto, capire bene di cosa si tratta e distinguere tra cosa è realmente bullismo e cosa non lo è. Le prime ricerche sul bullismo sono state fatte negli anni ’60 in Scandinavia e a partire da queste è stata data  la definizione di bullismo: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni” (Olweus). Perché si possa parlare di bullismo, il comportamento aggressivo deve avere quindi queste tre caratteristiche:

  • L’intenzionalità: lo scopo dei comportamenti del bullo è offendere la vittima o arrecarle danno;
  • La persistenza: nonostante anche un episodio singolo possa essere considerato bullismo, l’interazione bullo-vittima è caratterizzata dalla ripetitività dei comportamenti di prepotenza, che si protraggono nel tempo;
  • L’interazione asimmetrica: esiste una disuguaglianza e un disequilibrio tra il bullo che agisce e la vittima che non riesce a difendersi.

La motivazione del bullismo non è quindi quella di reagire in modo violento ad una situazione di provocazione o di ottenere dei vantaggi materiali mediante un attacco diretto a un compagno; la motivazione è di tipo relazionale, ed è quella di affermare il potere di uno sull’altro nell’ambito della propria rete sociale di riferimento.

Il comportamento di attacco può essere messo in atto con modalità fisiche (botte, pugni, calci, spintoni, danneggiamento di cose), verbali di tipo diretto (offese, minacce, telefonate offensive, estorsione di soldi)  o con modalità di tipo psicologico e indiretto (esclusione, diffamazione, diffusione di pettegolezzi, atti volti a danneggiare rapporti di amicizia della vittima).

Da numerose ricerche internazionali è emerso che le femmine sarebbero più coinvolte in episodi di bullismo di tipo indiretto, mentre i maschi sembrerebbero più inclini ad attacchi diretti, sia di tipo verbale che fisico. Studi recenti, tuttavia, hanno messo in luce come il fenomeno del bullismo indiretto stia diventando la forma di aggressione più frequente nelle scuole italiane.

Quanto è diffuso: Secondo un sondaggio svolto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2016, il 19,4% degli studenti italiani ha assistito ad atti di bullismo a scuola e oltre il 23% denuncia di aver assistito ad atti di discriminazione (o di esserne stati vittime).

I PROTAGONISTI:

Il bullo: quando pensiamo al bullo, la fotografia che ci viene alla mente è quella di un ragazzino aggressivo, che non riesce a tollerare la frustrazione, che ha difficoltà a rispettare le regole e non riesce a provare empatia, cioè non riesce a mettersi nei panni dell’altro e a riconoscere i suoi sentimenti. Queste sono le caratteristiche emerse da molte ricerche e si tratta di caratteristiche che renderebbero difficile al “bullo” stabilire relazioni sociali positive e creare dei veri rapporti con i coetanei e gli adulti, tanto che preferirebbe usare la violenza e la sottomissione. Accanto a questa fotografia, però, ci sono anche dei ragazzini che si comportano da bulli e che sono ansiosi, insicuri, spesso con difficoltà scolastiche e poco popolari. Questi ragazzi tendono a farsi trascinare nel ruolo di aiutante  del bullo perché questo permette loro di avere un’identità e un’opportunità di affermarsi nel gruppo. C’è poi il cosiddetto bullo-vittima, che pur subendo le prepotenze dei compagni, ha uno stile di interazione reattivo-aggressivo, reagendo alle provocazioni in un modo che scatena un circolo vizioso di conflittualità.

La vittima: se ci immaginiamo la vittima, la fotografia che vediamo è quella di un ragazzino chiuso, timido, fragile. Le ricerche dicono che le vittime passive subiscono prepotenze spesso legate ad una loro caratteristica particolare, che risalta rispetto al gruppo (l’aspetto fisico, la religione, l’orientamento sessuale…). Queste vittime sono più ansiose e insicure rispetto agli altri studenti, spesso hanno una bassa autostima e un’opinione negativa di sé e delle loro competenze. Spesso a scuola sono isolate e non hanno un buon amico in classe. Anche la vittima ha difficoltà a riconoscere le emozioni altrui e a rispondervi in modo adeguato, mostrandosi passiva; spesso nega l’esistenza del problema e la propria sofferenza e finisce per accettare passivamente quanto le accade, colpevolizzandosi; non parla con nessuno delle prepotenze subite perché si vergogna, per paura di fare la spia o per il timore di subire ritorsioni ancora più gravi. Un’altra tipologia di vittima è quella delle vittime provocatrici, che con il loro comportamento iper-reattivo e irritante, provocano gli attacchi subiti e spesso rispondono alle azioni dell’altro. Questa categoria è sovrapponibile a quella dei bulli-vittima, descritta precedentemente.

Gli spettatori: spesso ci si concentra solo sui ruoli bullo-vittima, ma gli spettatori hanno un ruolo molto importante, perché con il loro comportamento possono favorire od ostacolare gli episodi di bullismo. Sono stati individuati diversi ruoli che possono assumere gli spettatori: Aiutante (agisce in modo prepotente ma in una posizione secondaria nel gruppo, è un seguace del bullo), Sostenitore (rinforza il comportamento del bullo ridendo, incitando, guardando), Difensore (prende le difese della vittima consolandola o cercando di far smettere le prepotenze) ed Esterno (non fa nulla, cercando di restare fuori dalle prepotenze).

E le famiglie? Alcune ricerche hanno rilevato che le famiglie dei ragazzi più inclini a mostrarsi e ad agire da bulli sono caratterizzate da un clima ostile, da una scarsa accettazione del figlio da parte dei genitori e modelli educativi autoritari e violenti nel controllo del comportamento del figlio, o al contrario troppo permissivi. Anche uno stile genitoriale incoerente sembra essere legato a comportamenti devianti e aggressivi nei ragazzi. Le famiglie dei ragazzi che vestono i panni di vittima invece, sembrerebbero essere molto coese, con stili educativi caratterizzati dall’iperprotezione, cosa che favorirebbe l’instaurarsi di un legame di forte dipendenza tra i membri del nucleo familiare e renderebbe più difficile al bambino acquisire l’autonomia personale e gestire le difficoltà di relazione che può incontrare con gli altri.

 

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