Come costruirsi la propria infelicità:

Si, hai letto bene, infelicità! Trovi che questo titolo sia un po’ strano, vero? Mi ha dato lo spunto il libro “Istruzioni per rendersi infelici” del grande Paul Watzlawick, uno dei maggiori studiosi della comunicazione, un libro che ho trovato molto interessante, perché ci mostra quanto siamo bravi a costruire da soli la nostra infelicità. Di solito si trovano articoli su articoli che spiegano come giungere alla felicità, spesso accompagnati da una serie di consigli/istruzioni per arrivare a questa meta, ma la ricerca della felicità, conduce alla fine alla felicità? Oppure è vero quello che la saggezza popolare ci insegna: nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici.

“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…” (Dostoevskij)

Vi è mai capitato di pensare che avreste potuto raggiungere la felicità solo dopo la conquista di certe mete? Un contratto di lavoro, una vacanza con il partner, il matrimonio, un cambio di città…? E quando ci siete finalmente arrivati, l’avete provata questa felicità? Molti risponderanno di no, perché siamo molto bravi a costruire la nostra infelicità e, senza di essa, non sapremmo cosa e dove saremmo.

Vediamo alcuni meccanismi che mette in atto la nostra mente e alcuni atteggiamenti che, senza volere, ci allontanano dalla felicità:

Non c’è nulla di meglio, per creare la propria infelicità, di mettere le altre persone di fronte all’ultimo anello di una lunga catena immaginaria, dove loro svolgono un ruolo decisivo e negativo. Provo a spiegarmi meglio con un esempio: è un sabato di pioggia e credi che sia la giornata ideale per andare all’Ikea e comprare qualche addobbo natalizio. Ti sorge però un dubbio: se il tuo partner non ne ha voglia? E’ già disteso in divano a giocare con la playstation, in tuta, e di tanto in tanto sbadiglia. E se fosse solo un pretesto per non uscire con te? Se lui ti chiedesse di accompagnarlo in un negozio di articoli sportivi, tu lo faresti subito, perché lui no? Forse non ti ama più? Questo tipo di persone rovinano proprio l’entusiasmo altrui, lo spirito natalizio, per di più penserà che tu abbia bisogno di lui per andare all’Ikea. Adesso basta! Così ti avvicini a lui, lo guardi, e prima ancora che possa parlare, urli: “Senti, non mi interessa andare all’Ikea, quest’anno niente albero di Natale!”. Il fatto che ti guardi sconcertato e discolpandosi diventeranno la prova inconfutabile del fatto che avevi ragione.

A questo punto possiamo cadere in un altro errore, quello di essere così fedeli ai nostri pensieri e idee, da credere che esista un solo punto di vista, il nostro, per cui la preoccupazione di rimanere fedeli alle nostre convinzioni ci porta a rifiutare qualsiasi spiegazione o consiglio, anche se è nel nostro interesse. Anche se il partner vi dice che aspettava che finiste di leggere quel libro che vi appassiona tanto per decidere cosa fare e per andare insieme a voi da qualche parte, mostrandosi disponibile alla gita all’Ikea, a quel punto voi non ne avrete più voglia, e passerete il pomeriggio imbronciate.

La profezia che si autoavvera: vi è mai capitato di leggere l’oroscopo e sentire che il vostro segno, quel giorno, avrebbe avuto una pessima giornata e si sarebbe dovuto guardare bene da liti in famiglia, dalle quali sarebbe uscito molo innervosito? E puntualmente è successo? Oppure, nella comunicazione con le altre persone vi è mai capitato di dare per scontato qualcosa o di pensare che l’altro avrebbe risposto in un certo modo e poi effettivamente è successo? Facciamo un esempio: se pensate di non poter piacere a nessuno, vi comporterete in modo sospettoso, difensivo, aggressivo e probabilmente gli altri reagiranno con antipatia al vostro comportamento, confermando la vostra premessa. In questo caso crederete di reagire al comportamento degli altri, non di provocarlo.

Il presagio della gioia: immaginate una famiglia felice, una mamma, un papà, due bellissimi bambini e un cagnolino, in procinto di partire per le vacanze al mare. Il papà imbocca l’autostrada, i bambini cantano il tormentone del momento che passa in radio, mentre la mamma e il cagnolino si sono appisolati. Ad un certo punto il papà frena bruscamente, cosa succede dopo? Scommetto che vi siete immaginati il peggio, forse un incidente stradale?! In realtà non c’è nessuna buona ragione per cui la famiglia non dovrebbe arrivare felice in vacanza, dopo una sosta per fare benzina, dato che il papà ha visto l’autogril all’ultimo momento. Eppure, a molti di noi viene quasi automatico pensare al peggio tutte le volte che le cose sembrano andare bene. La ricercatrice Brené Brown ha chiamato questo nostro atteggiamento a pensare sempre al peggio “presagio della gioia” e lo ha definito un meccanismo mentale che abbiamo sviluppato per difenderci dalle notizie traumatiche che invadono la nostra vita attraverso le immagini tragiche che vediamo nei telegiornali, nei giornali, film ecc. Quando siamo felici, ci capita di pensare la peggio, sperando che se ci dovesse capitare qualcosa di negativo, lo sapremmo affrontare dato che ci siamo preparati. A voi è mai capitato? In realtà, il presagio alla gioia non ci è davvero utile, perché per quanto possiamo simulare i peggiori disastri, nulla ci può davvero preparare a ciò che accade nella nostra vita. Inoltre, queste simulazioni catastrofiche continue non ci permettono di goderci il momento e godere della nostra felicità.

Nelle sue ricerche, la Brown ha scoperto che le persone più felici, non solo evitano questo atteggiamento, ma si impegnano anche nella pratica della gratitudine, cioè assumono in modo costante un atteggiamento di felicità ingiustificata, come quello che proviamo quando sentiamo un brano che ci piace passare per radio o quando ammiriamo un tramonto.

La gratitudine ci ricorda che possiamo essere felici adesso, e che proprio facendo leva su queste emozioni positive possiamo raggiungere i nostri obiettivi (quelli che pensiamo possano renderci finalmente felici) con maggiore efficacia.

Prova anche tu, per un paio di giorni, ad allenarti nella pratica della gratitudine, il mio consiglio è di iniziare usando i cinque sensi per percepire il mondo che ti circonda ed essere grato. Io ci ho provato: il prato sotto casa ricoperto di foglie gialle e rosse, l’odore dell’autunno, il rumore della pioggia sul tetto, la mia torta preferita gustata insieme a un’amica, una carezza alla mia cagnolina…

 

“La mente è un universo e può fare un paradiso dall’inferno o un inferno dal paradiso.” (John Milton)

E a te capita di incorrere in qualcuno di questi modi di pensare che non fanno altro che spingerti all’infelicità? Raccontamelo o contattami se vuoi avere qualche informazione in più o ne vuoi discutere con me.

 

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